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LA FINESTRA SULL'INFINITO - Realtà e illusione | di Belisario Righi

Aggiornamento: 30 mar



La foto ritrae una sequenza di orizzonti che si disperdono in lontananza
Orizzonti dispersi in lontananza


LA FINESTRA SULL'INFINITO


In ognuno dovrebbe esserci una finestra come, anni addietro, ve ne fu una per me a Sant'Elpidio, un paesino tra le pieghe degli Appennini, a poche ore da Roma ove trascorsi le feste pasquali.

Ricordo ancora quei giorni immersi in quel piccolo borgo, quando di giorno vagavo tra i sentieri montani e le distese di campagna, catturando con la macchina fotografica i dettagli nascosti della natura, quegli attimi di luce e ombra che sembravano sospesi nel tempo. La sera invece mi ritiravo nella modesta stanza dell’albergo dove alloggiavo, un rifugio intimo e raccolto con due piccole finestre, poste ciascuna sulle pareti ai lati del letto, che guardavano in direzioni opposte, quasi intendessero dividere il mondo in due dimensioni differenti.

La finestra sulla destra si apriva sul frastuono dell’osteria sottostante. Mi giugevano le risa e le conversazioni animate, spesso accompagnate dalla musica proveniente da un vecchio juke-box. Quel tumulto umano, così vivo eppure invadente, costituiva un universo caotico che non riuscivo ad abbracciare e forse per questo motivo, mai ebbi il coraggio di aprirla, rimase chiusa, sigillata, perché mi trasportava in una realtà che non destava il mio interesse, che non volevo conoscere.

Diversa, invece, era la finestra di sinistra che affacciandosi su una collinetta erbosa, quasi a contatto con la finestra, con la sua ripida conformazione copriva pressoché interamente la visuale, lasciando apparire, solo in cima alla riquadratura del serramento, un lembo di cielo sul quale galleggiava qualche stella, ed io sul suo davanzale ogni sera appoggiavo i gomiti e lasciavo che lo sguardo si posasse là, in quel piccolo spazio sospeso tra terra e Infinito. Quella modesta altura divenne per me il colle dell’Infinito, un varco verso mondi interiori, il trampolino di lancio della mia fantasia.

Oltre quella collina immaginavo un cielo limpido e vasto, un oceano di luci dove l’eterno si manifestava come traguardo ultimo dei miei pensieri. La vastità di quell’universo immaginario mi vivificava e mi traeva da dentro i concetti favolistici delle cose. Era un universo creato dalla fantasia e dall’anima, un luogo dove le leggi ordinarie si dissolvono in una realtà, più pura, più profonda.

In quell'onirico universo mi si presentavano circostanze in cui la bellezza e soltanto essa doveva essere l’energia animatrice dei fatti, come se la bruttezza fosse bandita da un Ordine superiore deputato a questo compito, perché nel mio animo trovavo fuori posto, addirittura sacrilego, alterare un siffatto stato di beatitudine, includendovi una forza impura, iconoclasta che avrebbe potuto modificare una compiutezza così perfetta, perché nell’intimo del mio spirito, qualsiasi presenza di imperfezione o oscurità, in collisione con un equilibrio sublime, sarebbe risultata sacrilega.

L’inclusione del male avrebbe alterato quella compiutezza luminosa, distruggendo la sacralità di una beatitudine che sentivo vera e necessaria.

Il Brutto, il Male, inevitabilmente avrebbero introdotto la legge spietata della sopravvivenza, quella legge che infrange qualsiasi armonia e cancella il ricordo di un Eden perduto.

Dentro quel lembo di cielo, come in un caleidoscopio intravedevo queste illusioni, e nonostante la caduta e la fragilità dell’umano destino, in quella finestra di sinistra io vedevo riflessa una speranza: la possibilità di riconquistare un luogo dove bellezza e prosperità regnassero sovrane. Un regno nel quale la felicità fosse reale, non solo illusione, un terreno fertile dove il sogno potesse fiorire libero da contaminazioni oscure.

La felicità penso abbia bisogno di radici sane e profonde, perché possa crescere rigogliosa e eterna, realtà tangibile, non un effimero miraggio.

Quella finestra ha aperto un mondo particolare e meraviglioso, un universo che permane intatto nelle stanze segrete della mia memoria. Non è stato il gesto fisico di guardare attraverso un foro nel muro, è stato un atto di ascolto, di immaginazione, di connessione con un’essenza più alta.

Per questo, ancora oggi, nelle pieghe del ricordo, c’è soltanto quella finestra a sinistra, il mio varco verso l’Infinito.


 
 
 

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