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LA PUBERTA' - La perdita dell'innocenza | di Belisario Righi

Aggiornamento: 28 lug


L'immagine raffigura La perdita dell'innocenza  di  Edvard Munch - 1893
La perdita dell'innocenza - Edvard Munch - 1893


Nell’inesorabile fluire delle cinque tappe primordiali che scandiscono il viaggio umano - Infanzia, Adolescenza, Giovinezza, Età adulta, Vecchiaia - si intrecciano momenti di sospensione, di fragile transizione, in cui il tempo sfuma e il passaggio da una stagione all’altra non s’impone con brusca frattura, ma si cela dietro veli sottili di attesa e di riflessione.

In queste pause latenti, come in un’altalena di sospiri e raccolta memoria, si delineano i contorni di ciò che siamo divenuti nel cuore e nell’anima, fondamenti incerti su cui innalzare i sogni del domani.

Fra questi intervalli indefiniti, la pubertà, crocevia misterioso che ci conduce all’adolescenza, si erge sovrana, più cruciale e profonda di ogni altro. È allora che, perduta l'innocenza della fanciullezza, tiriamo il bilancio della nostra prima apparizione nel mondo sociale, fondendo a desideri appena nati volontà timide che cercavano voce, e l'affermazione di un carattere ancora in lotta con se stesso.

E' in questo momento che inconsciamente intessiamo i progetti del nostro avvenire. Fino a quel giorno, la nostra anima si era specchiata nella luce riflessa di ciò che credevamo bello; avevamo gustato godimenti altrui, pronunziato parole prese in prestito, echeggiate dagli ambienti familiari o dalle vie percorse.

Eravamo eco d’altri, inquiete ombre che imitavano gesti e pensieri di chi ci aveva preceduto, senza ancora il dono di una coscienza definita, ma solo un amalgama confuso di suoni, colori e sensazioni, simulacri privi d’anima.

La pubertà è il varco più doloroso e sacro dell’esistenza. Il tempo in cui non agiamo guidati dalla nostra libera volontà, ma trascinati da forze estranee, spettatori di un mondo fittizio che ci siamo costruiti nell'emulazione, nelle pieghe di esperienze altrui.

Soggiogati da un’indefinibile potenza, vi abbiamo ceduto, convinti che quella realtà illusoria, nella quale stavamo vivendo, fosse la chiave per varcare le porte del futuro incerto e nebuloso che ci attendeva.

Investiti di una curiosità ardente, le nostre aspirazioni germogliavano dall’immensa distesa di ciò che restava da scoprire, ma quel peso gravoso spesso fiaccava le nostre forze e intorbidava la trama del nostro cammino, lasciando, il più delle volte, il disegno incompiuto, frammento di un sogno mai del tutto realizzato.

Quei momenti nodali, così intensi e fugaci, sono andati perduti senza rimedio e, del loro ricordo, lieve e sfuggente che affiora alla mente, nel silenzio malinconico di un tempo ormai svanito, resta solo un’ombra senza suono né colore, perché altrove erano i nostri occhi, fiduciosamente rivolti verso orizzonti lontanissimi. 

 
 
 

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