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FUTURISMO E VELOCITA' - La freneticità come fattore artistico | di Belisario Righi

Aggiornamento: 30 mar




La Nike di Samotracia esposta al Louvre.
Nike di Samotracia

Ma è poi vero che Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia?



FUTURISMO E VELOCITA'


In un mondo in cui il tempo sembra correre veloce, la questione se la freneticità debba essere considerata un’alternativa artistica è affascinante e complessa.

Se proviamo a penetrare nel nucleo di questa problematica, ci rendiamo conto che l'azione non è mai solo un semplice movimento; essa si radica profondamente nella contemplazione degli elementi che la definiscono e la generano, perciò, è necessario esaminare con attenzione come questo processo di identificazione avvenga, mentre ci troviamo immersi in situazioni intrinsecamente dinamiche.

Nel nostro viaggio attraverso l'arte, deve emergere il principio fondamentale che la comprensione del concetto formale è essenziale ed inevitabilmente soggetta a deterioramento. Questo porta a una riflessione cruciale: qualsiasi tentativo di riproduzione che non venga concepito con dinamismo deve essere messo da parte, non potendo rispecchiare la realtà concettuale che, per sua natura, non può ignorare l'essenza del movimento.

Pertanto il fascino di un'opera non è nell'oggetto in sé, ma nel movimento interiore che la anima.

Il movimento, infatti, si rivela come la matrice unica delle mutazioni; un principio vivente che permea ogni espressione artistica.

La velocità, in questo contesto, diventa allora una chiave interpretativa fondamentale. Essa non è semplicemente una misura, ma si configura come l'espressione figurata del movimento stesso.

È dalla velocità che nasce l'immagine autentica dell'opera d'arte, il suo significato profondo, e non è tanto ciò che si muove a catturare l'attenzione, quanto piuttosto la rapidità con cui quel movimento avviene. E' qui che si cela l'essenza della bellezza artistica, un fascino che non risiede nell'oggetto statico, ma nel flusso vitale che lo anima e lo trasforma.

Pensiamo all'arte contemporanea, ai suoi grandi maestri che hanno saputo cogliere questa dinamica nel loro lavoro.

La danza del colore nelle opere di Pollock, ad esempio, non è solo il risultato di pennellate casuali; è il riflesso di un’energia, di uno spirito che si manifesta attraverso la velocità e l’immediatezza dei gesti. Analogamente, le installazioni immersive di artisti come Olafur Eliasson ci portano a vivere l’arte come esperienza, dove il movimento del pubblico interagisce con l’opera, creando un dialogo vivente e pulsante e, in questo contesto, diventa evidente che l’arte, per esprimere la sua piena essenza, necessita di un coinvolgimento attivo.

L’osservatore non può rimanere passivo di fronte all’opera; deve diventare parte integrante del processo. Ciò implica un riconoscimento del ruolo cruciale della velocità che serve a mantenere viva la connessione tra l’opera e il suo fruitore.

In epoche il cui rinnovarsi rapido e incessante riflette il tumulto e la frenesia del mondo contemporaneo, l’arte diventa il nostro specchio.

Ma come possiamo tradurre queste riflessioni in una pratica artistica concreta?

La risposta risiede nel coraggio di abbracciare il dinamismo.

Gli artisti devono sentirsi liberi di sperimentare, di esplorare nuove forme espressive che incoraggiano il movimento, sia fisico che concettuale. Le tecnologie moderne offrono strumenti senza precedenti per creare opere che sfidano non solo la gravità, ma anche le nostre aspettative più radicate sull'arte stessa. Le installazioni di realtà aumentata, per esempio, invitano il pubblico a interagire con opere in continua evoluzione, dove la velocità del cambiamento diventa parte integrante dell’esperienza.

L’arte non può prescindere dalla sua capacità di esprimere il movimento. Dobbiamo accettare la fluidità come una condizione imprescindibile della nostra esistenza e così come il mondo intorno a noi è in costante mutamento, così l'arte deve saper raccontare questa storia. Dunque, è cruciale riflettere su come i concetti di velocità e movimento possano trovare espressione nelle opere artistiche, dando vita a produzioni innovative e provocatorie.

L’arte può e deve abbracciare la freneticità, non come un’influenza superficiale, ma come una forza creatrice capace di rivelare la vera identità di ciò che rappresenta. La sfida per gli artisti contemporanei è quella di scoprire e reinterpretare il significato di questa dinamica, trasformando il movimento in un linguaggio visivo potente e poetico.

Non è più sufficiente limitarsi a osservare; dobbiamo imparare a danzare insieme al movimento, all’accelerazione, e persino alla pausa riflessiva che ne deriva.

L’arte, declinata attraverso il prisma della velocità, diventa non solo una forma di espressione, ma anche un modo per comprendere meglio il nostro posto nel mondo e la nostra relazione intrinseca con esso e allora, ribadiamo che il fascino non risiede tanto nell'oggetto, quanto nella storia che racconta, nel movimento con cui la vita quotidiana ci circonda.

Soltanto in questa danza perpetua, dove il movimento è arte e l’arte è movimento, possiamo trovare il vero senso dell’esistenza.



Agli albori del '900 Filippo Tommaso Marinetti, uomo di lettere, amava la velocità, di cui si inebriava a bordo della sua Isotta Fraschini, stanco del Decadentismo e

dell' Art Nouveau che all'epoca imperversavano, sentì la necessità intellettuale di liberarsi da orpelli desueti e dare il via ad una rivoluzione culturale ispirata al lavoro, alla sommossa operaia, addirittura alla guerra, a tutto ciò che avrebbe colmato il vuoto di inerzia innovatrice in cui vedeva inabissato il mondo culturale.

Nel 1909 per rendere pubbliche le sue idee rivoluzionarie e squarciare il velo di apatia artistico-intellettuale che avvolgeva il mondo della cultura scrisse e pubblicò in Italia e in Francia il Manifesto del Futurismo al quale, folgorati da tanta veemenza innovativa, aderirono tre giovani pittori, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi Russolo, cui seguirono alcuni poeti, tra i quali Aldo Palazzeschi.


MANIFESTO DEL FUTURISMO


1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7. Non v'è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo. 

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

È dall'Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologhi, di ciceroni e d'antiquari.

Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl'innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.

Musei: cimiteri!... Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. Musei: dormitori pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi macelli di pittori e scultori che varino trucidandosi ferocemente a colpi di colori e di linee, lungo le pareti contese!

Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all'anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti... ve lo concedo. Che una volta all'anno sia deposto un omaggio di fiori davanti alla Gioconda, ve lo concedo... Ma non ammetto che si conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine. Perché volersi avvelenare? Perché volere imputridire?

E che mai si può vedere, in un vecchio quadro, se non la faticosa contorsione dell'artista, che si sforzò di infrangere le insuperabili barriere opposte al desiderio di esprimere interamente il suo sogno?... Ammirare un quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in un'urna funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di creazione e di azione.

Volete dunque sprecare tutte le forze migliori, in questa eterna ed inutile ammirazione del passato, da cui uscite fatalmente esausti, diminuiti e calpesti?

In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvari di sogni crocifissi, registri di slanci troncati! ... ) è, per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gl'infermi, pei prigionieri, sia pure: - l'ammirabile passato è forse un balsamo ai loro mali, poiché per essi l'avvenire è sbarrato... Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!

E vengano dunque, gli allegri incendiari dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!... Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!... Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!... Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!... Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà le città venerate!

I più anziani fra noi, hanno trent'anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l'opera nostra. Quando avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo!

Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe delle biblioteche.

Ma noi non saremo là... Essi ci troveranno alfine - una notte d'inverno - in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona, e ci vedranno accoccolati accanto ai nostri aeroplani trepidanti e nell'atto di scaldarci le mani al fuocherello meschino che daranno i nostri libri d'oggi fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini.

Essi tumultueranno intorno a noi, ansando per angoscia e per dispetto, e tutti, esasperati dal nostro superbo, instancabile ardire, si avventeranno per ucciderci, spinti da un odio tanto più implacabile inquantoché i loro cuori saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi.

La forte e sana Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi. - L'arte, infatti, non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia.

I più anziani fra noi hanno trent'anni: eppure, noi abbiamo già sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato... Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!... Ve ne stupite?... E logico, poiché voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!

Ci opponete delle obiezioni?... Basta! Basta! Le conosciamo... Abbiamo capito!... La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri. - Forse!... Sia pure!... Ma che importa? Non vogliamo intendere!... Guai a chi ci ripeterà queste parole infami!... Alzare la testa!...

Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!...


Alcuni pittori, approdarono al Futurismo, pur non rimanendo insensibili al Divisionismo e al Cubismo che iniziava a diffondersi in tutta l'Europa.


Fotografia ritraente Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini.
Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini

Di seguito alcune opere futuriste


"Futurballa". Quadro di Giacomo Balla.
Giacomo Balla - Futurballa - 1913

"La città che sale". Quadro di Umberto Boccioni.
Umberto Boccioni - La città che sale - 1910

"Croce rossa treno che passa un villaggio". Quadro di Gino Severini.
Gino Severini - Croce rossa treno che passa un villaggio - 1915

"Il cavaliere rosso".  Quadro di Carlo Carrà.
Carlo Carrà - Il cavaliere rosso - 1913

"Lampi". Quadro di Luigi Russolo.
Luigi Russolo - Lampi - 1910

"L'affilatore di coltelli". Quadro di Kazimir Severinovič Malevič .
Kazimir Severinovič Malevič - L'affilatore di coltelli - 1913


Se credete che la velocità abbia una sua matrice evolutiva e creativa, esprimetelo nei Vostri commenti.

 
 
 

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