LEGERE E RILEGGERE - Riflessione sul mutar giudizio critico | di Belisario Righi
- Belisario Righi

- 3 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 3 giorni fa

LEGGERE E RILEGGERE
Rileggere un romanzo non sempre riserva sorprese piacevoli; anzi, spesso la seconda lettura, se condotta a breve distanza dalla prima, contribuisce soprattutto ad approfondire la conoscenza dell’opera in termini di contenuto e stile, senza tuttavia incidere in modo sostanziale sul giudizio critico già formato. Questo accade perché è il fattore tempo a fungere da vero agente trasformatore della nostra percezione letteraria.
Un arco temporale breve non consente una maturazione culturale sufficiente a modificare la sensibilità interpretativa: in pochi mesi o anni non si accumulano libri a sufficienza da rivoluzionare la propria formazione intellettuale, e la rilettura tende dunque a confermare le impressioni iniziali. Diversamente, se il tempo intercorso è dilatato e nel frattempo si è attraversata un esperienza di letture copiosa e variegata, la capacità di giudizio si trova inevitabilmente mutata.
In tale scenario, si può assistere a sorprendenti inversioni di valutazione: romanzi che in gioventù apparivano come capolavori possono perdere il loro splendore alla luce di un orizzonte culturale più ampio e raffinato, mentre opere giudicate in passato marginali possono rivelarsi autentici tesori nascosti, scorci preziosi su mondi interiori fino ad allora ignorati.
Questo cambiamento è frutto in parte dell’acculturamento materiale; tuttavia, esso va indubbiamente oltre una mera acquisizione quantitativa di sapere, estendendosi a trasformazioni più profondamente radicate nella sfera della sensibilità intellettuale. Stabilire dove finisce l’una e dove comincia l’altra è impresa ardua, se non impossibile, poiché i mutamenti del sé e del suo modo di leggere il mondo sono fenomeni irreversibili, che impediscono di ritornare allo stato precedente. Nonostante le difficoltà interpretative legate a questi processi, rileggere a distanza di anni un’opera ritenuta significativa rappresenta un esercizio imprescindibile per assaporarne appieno il valore autentico e misurare il suo impatto reale su di noi. Le parole scritte acquisteranno così una nuova consistenza, intervenendo sul nostro io in modo inaspettato e spesso sorprendente.
A titolo personale, ricordo con particolare chiarezza l’esperienza di lettura di Festa mobile di Ernest Hemingway, romanzo che lessi vent'anni fa su suggerimento di un amico. Avevo già avuto modo di conoscere l’autore, avendo letto numerose sue opere, senza però provare un entusiasmo travolgente, con l’eccezione de Il vecchio e il mare, che considero tuttora uno dei vertici della letteratura americana contemporanea. Volevo quindi verificare se Hemingway avesse ancora qualcosa da offrirmi e mi accinsi alla lettura di questo breve romanzo, che consumai in un’unica, rapida sessione.
Lo stile asciutto, quasi essenziale, fluiva con velocità e precisione, marchio di fabbrica dello scrittore, e la narrazione catturò immediatamente il mio interesse, tanto da spingermi a considerarlo allora la sua opera più riuscita.
Dopo quella prima immersione, abbandonai per lungo tempo Hemingway, fino a quando, recentemente, leggendo un articolo su Francis Scott Fitzgerald, mi è tornato alla mente che proprio in Festa mobile si trovava un profilo interessante di quel grande amico e coetaneo dello scrittore. Incoraggiato da questo ricordo, ho ripreso in mano il volume, pronto a rivivere emozioni ormai lontane.
Tuttavia, la Parigi degli anni ruggenti, con i suoi salotti cosmopoliti frequentati da Gertrude Stein, i capolavori di Picasso e le vibranti conversazioni con Ezra Pound, non è riuscita a destare in me la stessa emozione di un tempo. Ho tentato di trovare nuove chiavi interpretative, forse perché ora conosco meglio alcune delle figure citate o ho maturato una diversa prospettiva sulla stagione culturale che quei personaggi hanno incarnato, ma tutto ciò non ha sortito l’effetto desiderato.
Festa mobile mi è parso piuttosto una cronaca di eventi e vicende biografiche dell’autore, priva dell’incanto che invece ho saputo ritrovare nelle pagine autobiografiche di Henry Miller, nel suo Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch, o nella complessità de Il frutto del fuoco di Elias Canetti.
Hemingway, ancora una volta maestro nell’uso di una prosa tersa e concisa, in questo caso non ha saputo infiammare la mia immaginazione, né scuotere la mia emotività. Forse lo stesso scrittore nutriva dubbi sulla forza narrativa di questo romanzo, dato che ne osteggiò la pubblicazione, che avvenne soltanto postuma. Questa circostanza potrebbe spiegare l’impressione di incompletezza e di minore intensità rispetto ad altri suoi capolavori quali Il vecchio e il mare o Fiesta.
La rilettura a distanza di anni di un’opera letteraria si configura come un viaggio che sottopone il lettore a un bilancio con se stesso e con le proprie convinzioni estetiche: essa può confermare, ma anche ribaltare le precedenti opinioni, alimentando così una dialettica intellettuale indispensabile per ogni appassionato di letteratura.
Leggere e rileggere non è solo un gesto di fruizione passiva, ma un atto di continua rigenerazione critica, attraverso cui l’opera letteraria si rinnova in modo sempre diverso agli occhi di chi la osserva.



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