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VECCHIAIA - Quando i ricordi sostituiscono gli incanti | di Belisario Righi

Aggiornamento: 30 mar


L'immagine ritrae un uomo nel suo studio in un dipinto di Rembrandt
Un uomo nel suo studio - Rembrandt - 1634


VECCHIAIA


Nel corso degli anni ho perduto cose che mi apparivano irrinunciabili, indispensabili e con l'arroganza della giovinezza direi addirittura scontate, quasi esse fossero elementi imprescindibili di un'esistenza dedicata alla perpetua ricerca dell'estasi della bellezza, da cui traevo piacere, unico e assoluto traguardo da raggiungere nella realizzazione del mio essere uomo.

Il successo, che un tempo mi sembrava, dovuto; il denaro che scivolava tra le dita come sabbia; amici, la cui presenza, a guisa di brezze primaverili, mi recavano sollievo ai gravosi problemi della vita; donne eteree, ammantate di sensualità e di mistero che mi sono passate accanto come ombre leggere, ora, tutte queste cose non esistono più, si sono disintegrate sotto il maglio del tempo, polverizzate in pulviscoli multicolori come le scintille che si dipartono dalla forgiatura del ferro battuto sull'incudine.

Ma tutto questo non ha importanza alcuna, poco mi interessa.

Non provo rimpianto per ciò che ho perso, avendolo vissuto sino alla consunzione, nell'avvenuta considerazione che nulla di tutto ciò è veramente essenziale.

Nulla di quanto un tempo mi faceva fremere, mi dava brividi di gioia, di lussuria fisica e spirituale ha lasciato in me un vuoto da colmare. Solo, mi rattrista profondamente la consapevolezza di aver perduto la giovinezza. Con essa se ne sono andati gli incanti e gli incantesimi che rendevano ogni giorno un’avventura, un arcano da scoprire con occhi pieni di stupore e con l'animo invaso da profonde e toccanti irrequietezze.

I capelli bianchi che ora mi coprono la testa, le rughe che mi segnano il volto hanno portato via con sé le leggende e i desideri irrefrenabili, antichi ospiti dimoranti nel mio cuore. Il loro posto è stato preso dalla pedissequità della vita sociale, comunemente definita regolare. Sì regolare. Quella regolarità che spegne tutti i fuochi delle passioni, tutti i desideri di scoperte e di avventure, in ossequio a una condotta sociale piatta, ma confacente alla canonicità di regole concertate secondo una logica orwelliana imposta da chi ci vuole pecore che, per non essere sbranate dai lupi, devono vivere eternamente unite al resto del gregge. Il dissenso è punito!

Ed è qui che nasce in noi quel vuoto che si insinua piano piano nelle viscere, quando la vita sembra aver perso i colori accesi dell’immaginazione per acquistare tinte grigie di prevedibilità e routine.

Il raggiungimento di questo stato, anche se per me è stata una rivoluzione copernicana, ha rappresentato un momento di quieta riflessione, nel quale ho chiaramente inteso d'essere diventato vecchio.

Non c’è stato uno schiaffo improvviso, né un evento drammatico. È stato un lento, inesorabile accorgersi che i miei desideri strani, quelli folli e irrazionali che mi spingevano a esplorare terre lontane e sconosciute, erano stati sostituiti da sogni comuni e prevedibili, come pensare ad una vacanza per le mie bambine, immaginando la Grecia o persino Porto Recanati, luoghi rassicuranti e sicuri, invece di fantasticare su mete esotiche come il lago Titicaca o viaggiare in torpedone da Varanasi a Katmandu come un tempo facevo.

In quel momento ho compreso che un’epoca della mia vita era definitivamente finita e non si trattava solo di un cambiamento geografico dei sogni, ma di qualcosa di più profondo, di un mutamento nel modo stesso di essere e pensare.

La fantasia e l’irrazionalità che avevano caratterizzato la mia splendida giovinezza avevano lasciato il posto alla razionalità e alla realtà, quelle stesse che definiscono l’uomo quadrato, privo di slanci improvvisi ma pieno di calcoli e convenzioni, e con questo cambiamento è arrivata l'amara consapevolezza di essere vecchio.

Quando penso a tutto questo, un velo di malinconia cala sul mio spirito, perché so che anche un imbecille può organizzare una vacanza a Riccione, un luogo fatto per riposarsi e ingannare il tempo senza troppa fatica o coraggio, ma veleggiare nel deserto di Jaisalmer, affrontare il caldo e la polvere, lasciandosi trasportare dall’incertezza del vento e dell’anima, perdersi nelle sconfinate distese desertiche del Texas o restare pietrificati, seduti per due ore su una panca in contemplazione di Guernica di Picasso, sentendosi l'animo trafitto da mille strali, come il cuscinetto puntaspilli di un sarto, questo è riservato solo a pochi, a coloro che hanno ancora il fuoco dentro e non temono di perdere se stessi nella vastità del mondo e dei propri sogni.

Io l’ho fatto, sono stato uno di quei pochi. Ho vissuto giorni in cui ogni passo era una conquista, ogni incontro una scoperta, e ogni sogno un invito a continuare a volare oltre i confini dell’ordinario.

Ora, guardando indietro, sento una triste dolcezza che mescola orgoglio e rimpianto. Orgoglio di aver osato, di non essermi mai arreso alla noia e alla sicurezza; rimpianto di sapere che quella stagione è finita e che non tornerà più.

La vecchiaia è questo: la fine di un’era e l’inizio di un’altra, fatta di stabilità e di rinunce, ma anche di saggezza e di pace. Un tempo in cui gli incanti si dissolvono, ma resta la memoria di averli vissuti, di averli amati e inseguiti con tutta la forza del cuore. E forse, in questa memoria, c’è ancora un barlume di quella giovinezza che sembra svanita, pronta a illuminare le tenebre della notte con la luce tenue di un ricordo indimenticabile.

 
 
 

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