top of page

LA DEPOSIZIONE - Analisi del capolavoro di Van der Weyden | di Belisario Righi

Aggiornamento: 30 mar



Deposizione -  Rogier Van der Weyden 1433 - 1435
Deposizione - Rogier Van der Weyden 1433 - 1435



LA DEPOSIZIONE


La Deposizione di Rogier Van der Weyden, un capolavoro di emotività e tecnica è

un imponente dipinto esposto nel prestigioso Museo del Prado a Madrid. Realizzato ad olio su tavola, l'opera misura 220 x 226 cm. Originariamente era parte centrale di un trittico, le cui ante laterali purtroppo sono state smembrate. Tali ante, ora disperse, raffiguravano da un lato i quattro Evangelisti e dall'altro la Resurrezione.

Commissionata per la chiesa di Notre-Dame a Lovanio, l'opera è considerata uno dei vertici dell'arte rinascimentale fiamminga.

In essa, Van der Weyden riesce a concentrare l'azione attorno alla figura di Cristo, trasformando il momento della deposizione nella sua essenza più tragica e sublime. La scena è pervasa da una profonda partecipazione emotiva che coinvolge tutti i presenti, ma in particolare Maria, il cui volto è drammaticamente segnato da un pallore esangue. La madre di Cristo è ritratta nell'atto di svenire, sostenuta con delicatezza da San Giovanni e da una pia donna, in tal modo il il gesto è carico di dolore.

La maestria di Van der Weyden si manifesta nelle sottili variazioni cromatiche che il pittore riesce a ottenere grazie ai riflessi della luce sulle vesti dei personaggi. Il mantello damascato di Giuseppe d'Arimatea, in particolare, è un esempio splendente della sua padronanza della tecnica ad olio, rivelando una ricchezza di dettagli e una profondità di tono che arricchiscono la narrazione visiva.

L'opera di Van der Weyden, perfetta sia nella sua esecuzione tecnica che nella rappresentazione dell'evento biblico, si distingue per la sua aura mistica e ieratica.

La Deposizione è senza dubbio una delle opere più belle mai create sul tema della passione di Cristo e, in quanto tale, non ha bisogno di commenti esplicativi. Non vi è alcun bisogno di interpretazioni criptiche, come quelle avanzate da coloro che hanno cercato di trovare analogie musicali con le composizioni dello Stabat Mater Dolorosa del compositore fiammingo Guillaume Dufay.

Il dipinto invita lo spettatore a immergersi in un’esperienza di contemplazione profonda, dove il linguaggio dell’arte trascende la necessità di parole.

Van der Weyden riesce, attraverso la sua tavolozza, ad evocare emozioni intense e il suo stile raffinato è ciò che rende l'opera un capolavoro senza tempo, che continua a suscitare meraviglia e rispetto.

Osservando i volti contratti dal dolore, i gesti di chi assiste a questa scena di lutto, ci si sente trasportati in un universo di dolce melancolia, dove ogni piega del tessuto e ogni giocosa riflessione della luce raccontano una storia che va oltre il semplice atto di guardare.

E' manifestamente evidente la straordinaria capacità di Van der Weyden di coniugare aspetto tecnico e valenza emotiva, creando un'atmosfera che è al tempo stesso sacra e umana.

I personaggi, colti in un momento di intimo silenzio e profonda riflessione, sembrano comunicare direttamente con l'osservatore, invitandolo a condividere il loro dolore e la loro pietà.

Il contrasto tra la vividezza dei colori e il dramma della scena arricchisce ulteriormente la narrazione visiva, regalando all’occhio e all’anima di chi osserva un’esperienza visiva indimenticabile.

La Deposizione di Rogier Van der Weyden si conferma come un'opera fondamentale nella storia dell'arte per la sua impeccabile esecuzione tecnica e per la sua capacità di toccare le corde più profonde dell'emotività umana.

Ogni volta che la si ammira, invita alla riflessione e alla meditazione, rendendo omaggio non solo al suo autore, ma anche alla potenza intrinseca dell’arte di raccontare la condizione umana in tutta la sua complessità e bellezza.

Deposizione di Alex Gross
Deposizione di Alex Gross - 2002

Il pittore americano Alex Gross nel suo quadro, chiaramente rivisita la deposizione del Van der Weyden, pur mantenendo la verticalità del dipinto di riferimento e la stessa impostazione dei volumi, ha trasportato l’azione nel secolo diciannovesimo (come si evince dai costumi dei figuranti), introducendo elementi di vario tipo che concorrono nell’insieme a dare drammaticità e universalità all’evento. Gli astanti, ad eccezione di Giovanni Battista che sorregge la Vergine e della Maddalena, ultima figura a destra, sono orientali. Sullo sfondo, nel cielo, un aereo con un motore in fiamme sta precipitando. E’ un segno di morte e di sventura, che altrimenti potrebbe essere stato rappresentato da un nero corvo. I figuranti, compreso Gesù Cristo, sono stati sostituiti da donne. Unica eccezione: Giovanni Battista. E infine, la pia donna piangente, alle spalle di Giovanni è stata sostituita da un vaso di iris, creando così un bilanciamento perfetto di volumi, in tre blocchi di tre personaggi ciascuno: il blocco a sinistra con la Vergine, il blocco centrale con Gesù Cristo e il blocco di destra con la Maddalena che impugna una cinepresa. Iconograficamente l’iris sta a significare la profondità dei sentimenti più alti ed aulici, quali l’amicizia, la fiducia, la verità, la saggezza, la fede, la speranza, a seconda del colore. L’iris azzurro-blu, detto anche giaggiolo delicato simboleggia la fede e la speranza. Inoltre nel fiore ricorre molte volte il numero tre, perché tre sono i tepali interni eretti, tre quelli esterni ricadenti, tre sono gli stami, tre le diramazioni dello stelo, tre le logge in cui è suddiviso il frutto, ma tre è anche il numero che nella tradizione cristiana è legato all’immagine della Santissima Trinità, per cui l’iconografia cristiana ha assunto questo fiore come simbolo di fede, di coraggio e di saggezza. Numerosi sono in questo dipinto gli elementi di blasfemia. Gesù che diventa donna completamente svestita. Nel blocco di destra, tra Giuseppe d’Arimatea e la Maddalena, una donna dallo sguardo cinico e freddo si sostituisce alla figura maschile dal volto triste e disorientato, fa da pendant alla Maddalena, alla sua sinistra, che con il suo bel faccino da occidentale si distrae dal contesto per guardare altrove, mentre impugna una cinepresa, quasi, con professionalità documentarista, dovesse stigmatizzare la scena. Il tutto però è trasceso dalla giocondità del giardino giapponese, dove i peschi lasciano cadere nel vento i petali dei loro fiori, ed è purgato dalla maschera di dolore della Vergine che svenuta alle sofferenze del Figlio fa rientrare la scena nella cornice d'immensa tragicità.

La deposizione diventa anche icona insostituibile per la raffigurazione della Pietà.

 
 
 

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page