IL PIACERE DI D'ANNUNZIO - Esaltazione e frustrazione della seduzione | Recensione di Belisario Righi
- Belisario Righi

- 22 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 3 apr

RECENSIONE
Il Piacere, primo romanzo di Gabriele D'Annunzio pubblicato ne1 1889, narra le vicende del nobile di antico lignaggio, conte Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta, ultimo del prestigioso casato, di bellissimo aspetto, cultore della bellezza pura, idealistica, infaticabilmente cercata negli oggetti più disparati, dai mobili, ai tappeti, agli arazzi, ai quadri, alle argenterie di cui si contorna nella sua dimora romana, lo splendido Palazzo Zuccari, situato in Via Sistina a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti che si innalza da Piazza di Spagna.
Il Conte, come non potrebbe essere diversamente, dotato di squisita educazione di gentiluomo fin de siècle, considerevolmente colto, si diletta nel creare poesie, madrigali e raffinate incisioni su rame che esegue mirabilmente, seguendo la massima del padre, suo primo educatore e mentore: "Bisogna fare la propria vita, come si fa un opera d'arte. Bisogna che la vita di un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui".
Oltre a codeste elette attitudini, Andrea spende le sue giornate tra pranzi eleganti ed esclusivi, corse all'ippodromo ove gareggiano i suoi cavalli e serate tra amici al Circolo, frequentato dalla noblesse eletta dell'aristocrazia romana, altresì, tombeur de femmes, seduce magnifiche nonché blasonate signore, attingendo vigore dalla sua invidiabile presenza fisica, dalla sua innata eleganza, dalla sua impeccabile grazia.
Saranno però i suoi innumerevoli successi in questo campo, nonché uno smodato senso di conquista che lo porteranno a svilire la purezza del suo spirito giacché, per ghermire le sue prede, per non essere fallace nella conquista, ricorre ai più subdoli mezzi, non ultima la menzogna, giungendo così al travisamento dei suoi valori morali ed etici.
Andrea, nonostante l'esaltazione derivante dalle vittorie sentimentali, avverte gravemente il peso della mistificazione, dei suoi melliflui comportamenti nell'irretire irraggiungibili nobildonne, oggetto dei suoi desideri. Tale infelice ed infima sensazione di doppiezza causerà in lui un malore spirituale, da cui non riuscirà mai ad affrancarsi, anche se l'eccitazione del possesso dell'anima femminile costituirà per lui sempre il più convincente richiamo, al punto da perdere definitivamente l'unica possibilità concessagli dalla sorte di avere un amore pulito, idealistico, ammantato dalla sacralità della purezza.
Il romanzo, dal punto di vista letterario, è scritto ottimamente, si legge con scioltezza e mai presenta difficoltà interpretative grazie all'uso sapiente della lingua, arricchita da un lessico raffinato e ed elegante, ma, a mio avviso, pecca di sovrabbondanza di narrazioni, soprattutto laddove lo Scrittore intende sviscerare lo stato d'animo dei protagonisti.
Trovo inoltre leggermente fastidiosi i riferimenti letterari, artistici e musicali contenuti nel racconto, tanto copiosi da generare spiacevoli ridondanze, perché inevitabilmente tendono a disorientare il lettore che non può avere piena conoscenza di tali innesti culturali.
D'Annunzio, forse perché Il Piacere trattavasi del suo primo romanzo, intese in tal senso magnificare la sua cultura, senza dubbio elevata, ma personale, non può non esacerbare il lettore costretto troppo a spesso a riflettere su argomanti di secondaria importanza, distogliendolo inevitabilmente dall'esegesi dell'argomento di fondo.
Lo stile è tipico del Decandentismo, stile ricco di fascinazioni della bellezza in genere, bellezza plurimagnificente che da pochi, per la sua complessità, può essere goduta.
Andrea Sperelli, ricorda l'interprete di À rebours, romanzo di Joris Karl Huysmans pubblicato nel 1884, Jean Floressas Des Esseintes che vive in una casa circondato da preziose e rare meraviglie, ma che, misantropo e misogino, a differeza del conte Sperelli, si è isolato nella sua splendida magione, per eclissarsi dal mondo e vivere in purezza e castità, ma forse chi ricorda maggiormente Andrea Sperelli è Lord Henry, raffinato dandy, magnificamente tratteggiato da oscar Wilde nel suo romanzo
Il ritratto di Dorian Gray, ma che D'Annunzio allorquando scrisse Il Piacere non poteva conoscere, essendo la prima pubblicazione avvenuta nel 1890.
Del resto, anche Andrea Sperelli è un dandy e come tale affine a Lord Henry.
Il Piacere comunque, considerazioni personali a parte, è un romanzo di tutto rispetto che esalta a pieno diritto lo stile elegante e affascinate di Gabriele D'Annunzio.
Un libro assolutamente da leggere.



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