MANHATTAN 1964 - New York vista da Salvador Dalì | di Belisario Righi
- Belisario Righi
- 13 mar 2021
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 5 mar
Manhattan 1964, acquaforte di Salvador Dalì in terra di Siena e nero. E’ un omaggio alla città di New York che viene interpretata dal Maestro nella sua più intrinseca consistenza.
In quest'opera Dalì, dimentica il Surrealismo per immergersi totalmente nel Simbolismo, mettendo in evidenza gli elementi iconici di Manhattan: l'insediamento urbano della penisola circondata dal mare; le linee verticali rappresentative dell'estensione del territorio, convergenti in un punto di fuga imprecisato, quasi a sottolineare la grande estensione della penisola; le linee curve orizzontali che ortogonalmente intersecano quelle verticali, evidente richiamo alla sfericità della Terra, increspata qua e là dalle onde del mare; la totale mancanza rappresentativa degli altri borough di New Yorker onde meglio evidenziare la parte icastica della città.
Tutto l'insieme è realizzato in una cromia a due tinte: bianconero per dare risalto al soggetto dell'opera, seppia per raffigurare il niente, essendo nell'immaginario collettivo Manhattan la vera New York.
La composizione, caratterizzata da un acceso simbolismo e dalla ridotta cromia, denota una capacità di sintesi al limite della figuratività, raggiungendo la concettualità tipica della poesia e conduce l'immagine al di fuori della narrazione plastica per assurgere a pura idea, sì da renderci, in un istante, la vera essenza della città, se è vero, come io assolutamente credo, che "Le idee non sono concetti, ma Archetipi: posseggono un'esistenza così piena, ricca e corposa da varcare di un balzo i limiti dell'astrazione, penetrano di un balzo nello spazio e nel tempo, e noi le vediamo luminose con gli occhi, come uno scrittore vede con gli occhi le visioni della sua arte. Il vero pensiero non è altro che questo: la corposa visione dell'invisibile". (Pietro Citati - La luce della notte).
Del resto, Salvador Dalì, esibizionista oltre ogni limite, grande promoter di se stesso, amante senza freni di tutto ciò che è bello, cosa poteva farsene del Queens, del Riverside, di Brooklyn, palcoscenici troppo angusti e limitativi al suo incontenibile egotismo, teatri con un parterre decisamente non degno della sua straripante immodestia.
L'opera vuole altresì significare la natura particolare di questa strana città, la cui bellezza, come Milan Kundera ebbe a dire, è inintenzionale.
Una città sorta senza intenzione da parte dell’uomo, simile a una grotta di stalagmiti, nella quale forme in sé brutte si trovano per caso, senza un preciso piano progettuale, in ambienti così incredibili che di colpo brillano di magica poesia.





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