VIJ - NIKOLAI GOGOL | Recensione di Belisario Righi
- Belisario Righi
- 7 nov 2020
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 4 apr

RECENSIONE
Nikolai Gogol, figura eminente della letteratura russa, ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario mondiale con opere che esplorano la complessità dell’animo umano e le contraddizioni della società.
Vij, pubblicata nel 1835, è una novella di impronta romantica, intrisa di elementi folkloristici, horror e satira, che riflette le angosce e i dilemmi dell'uomo russo.
Si dipana tra le tenebre e la luce, rivelando l’inscindibile legame tra il romanticismo e l’orrore. Ogni pagina è impregnata di una tensione palpabile, di una sorta di danza tra vita e morte, bellezza e male, grazie alla fusione della realtà con elementi fantastici che richiama il Realismo Magico di cui Gogol è precursore.
Riesce simultaneamente a evocare atmosfere horror, aspetto nel quale Gogol rivela la propria maestria, e il suo talento nell'infondere nel lettore il senso di inquietudine e terrore in maniera straordinaria, arrivando a superare in alcuni punti della narrazione, in questo specifico genere letterario, persino il celebre e indiscusso maestro Edgar Allan Poe.
La storia ruota attorno a Choma Brut, uno studente di teologia che, tornato a casa dopo i suoi studi, si trova coinvolto in una serie di eventi soprannaturali e inquietanti. La narrazione trasmette una sensazione di inquietudine, sapientemente creata da Gogol attraverso l'uso di descrizioni vivide e una prosa che scorre con grazia, tuttavia permeante di un sottile senso di dramma.
Gogol pone una riflessione profonda sulla razionalità e sullo scetticismo, suggerendo che l’ignoto può rivelarsi molto più reale e spaventoso di quanto ci si possa aspettare. I temi principali di Vij sono il contrasto tra il mondo civile e quello rurale, il conflitto tra la ragione e la superstizione, soprattutto la critica sociale.
L'interazione finale tra Choma e la creatura demoniaca simbolizza la lotta perpetua tra il bene e il male, tra la luce e l’oscurità.
Il mantra del racconto, usando le parole di Gogol, è che da quello che deve succedere non c'è scampo. Questa breve frase che risuona come un anatema è il cuore pulsante della storia e risiede nella consapevolezza dell'ineluttabilità delle azioni, proprie e dell'ambiente circostante. Tale condizione esistenziale, che costituisce la morale centrale del racconto, è una filosofia apparentemente rassicurante che però non offre scampo a Ho Choma, il protagonista, conducendolo inevitabilmente verso un destino che, seppur coerente con la sua visione fatalistica della vita, non lo risparmia dalla sofferenza derivante dalla sua inesorabile fine, perché giustificare non è liberare. L’atto finale del destino non può essere demandato o eluso. Ciò che deve avvenire si concretizza senza eccezioni, indipendentemente dalla paura che si prova o dal desiderio di fuggire. La forza dell'ineluttabilità ci sovrasta, dominando le nostre esistenze, indistintamente, al di là di qualsivoglia sillogismo o sofisma che tenti di giustificare la nostra impotenza di fronte agli eventi.
Ho Choma affronta forze lontane e misteriose, creature evocative che sfidano la logica e incitano alla paura. L'interazione con queste presenze spettrali rivela la vulnerabilità dell’essere umano di fronte all'ignoto e la necessità di confrontarsi con paure ancestrali, con le proprie ansie e superstizioni.
Ho Choma si allontana sempre più dalla razionalità e dalla sicurezza della quotidianità, trovandosi immerso in un mondo in cui il fantastico si intreccia con l’assurdo e il terrore si manifesta in forme inaspettate.
Gogol, attraverso la figura di Ho Choma, ci invita a considerare l’universalità della sofferenza nonché la condivisa vulnerabilità degli esseri umani che combattono contro destini già scritti, contro poteri che dominano dall’alto.
Tuttavia, in quest’opera non vi è soltanto l’orrore. Ciò che emerge è anche una profonda meditazione sulla condizione umana, sul nostro incessante tentativo di trovare un senso in un universo che pare indifferente alle nostre istanze.
Vij induce a riflettere sulla fragilità dell'esistenza umana, sul sottile confine che separa la ragione dalla follia, la certezza dal dubbio. E' un canto funebre nei confronti delle illusioni, un richiamo alla presa di coscienza della realtà.
L’inevitabile avanzare del destino è tale che ogni attimo è carico di significato e ogni scelta comporta conseguenze che vanno ben oltre il singolo individuo.
Il racconto genera profonde riflessioni sulle incertezze della vita, quasi questa altro non sia che un viaggio da intraprendere con coraggio, con la consapevolezza che ciò che è destinato ad accadere, accadrà, che lo si voglia o no, incurante del nostro perenne desiderio di piegare il corso degli eventi a nostro vantaggio.
La forza narrativa di Gogol risiede nella capacità di suscitare paura, di penetrare negli abissi dell’anima umana, restituendo una rappresentazione vivida di timori e aspirazioni, di tormenti e speranze, ma anche di indurre a pensare sulle scelte etiche e morali che ogni individuo affronta nella vita.
Vij è un viaggio in un abisso oscuro, un imperativo a considerare le complessità dell'esistenza umana, attraverso la combinazione di realismo e fantastico, in un mondo dove il confine tra realtà e sogno è labile e ambiguo.



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